La vera riforma non ha bisogno di guardie armate burocratiche, ha bisogno di padri, pastori e Sacramenti. Pronti ad essere riammessi i preti sposati

La cronaca da Torino: 75 laici istituiti con i nuovi ministeri per fare, sostanzialmente, quello che già facevano, ma con un bollino ufficiale. Il retroscena svelato da Lo Spiffero è inquietante ma lucido: questi laici rischiano di diventare, spesso inconsapevolmente, la "guardia armata" di un modello — quello torinese dell'Arcivescovo Repole — che punta a sostituire il sacerdozio sacramentale con una complessa rete psico-affettiva e burocratica. È il modello francese, fallimentare nei numeri e nella sostanza, importato in Italia per blindare le Curie.

E mentre si consumava questo passaggio, un blackout improvviso ha lasciato la chiesa al buio. Un guasto tecnico, certo, ma simbolicamente devastante: è il segno di una Chiesa che, spegnendo l'altare e la specificità del sacerdozio, sprofonda nelle tenebre della pura gestione amministrativa. Si preferisce ministerializzare i laici e scontentare persino i diaconi permanenti (lasciati a bocca asciutta e non valorizzati), pur di non percorrere la via maestra della riammissione dei sacerdoti sposati. Repole guarda a Roma, punta alla CEI o al Dicastero per la Dottrina della Fede (il posto di Tucho Fernández), sbandierando Torino come il "laboratorio del futuro". Ma il futuro non può essere al buio. Il Movimento dei sacerdotisposati risponde a questo disegno con la luce della trasparenza: la vera riforma non ha bisogno di guardie armate burocratiche, ha bisogno di padri, pastori e Sacramenti.

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