La Compagnia di Gesù archivia la verità sugli abusi di un sacerdote
Micromega
È circolata a singhiozzi, emergendo dal silenzio per un giorno o due e poi tornando subito nell’ombra. È la vicenda di padre Sauro De Luca, sacerdote, gesuita e abusatore di giovani donne. Merita di essere raccontata dall’inizio.
Nel settembre di due anni fa il gesuita padre Renato Colizzi, direttore del Movimento eucaristico giovanile, importante organizzazione legata alla Compagnia di Gesù con decine di comunità formate da giovani tra gli 8 e i 23 anni attive in tutta Italia, comunicò a la Repubblica e al giornale dei vescovi Avvenire una notizia scioccante, e cioè di essere stato contattato da tre donne che gli avevano riferito degli abusi subiti, negli anni Novanta, ad opera di Padre Sauro De Luca, morto nel 2012. Costui del Meg era stato il leader indiscusso per ben tre decenni, dal 1967 al 1998.
Padre Colizzi raccontava ad Avvenire nell’ottobre del 2024 di essersi chiesto che cosa fare dinanzi a quelle denunce e infine di aver deciso, dopo una attenta riflessione e d’accordo con i vertici della Compagnia, di compiere una scelta inedita e coraggiosa: invitare tutte le militanti dell’organizzazione che avessero subito degli abusi da De Luca, o anche che solo ne fossero venute a conoscenza, a contattare la dottoressa Villani, una persona specializzata nell’ascolto di storie come queste. A costei Padre Colizzi affidò anche il compito di redigere un dettagliato rapporto sulle violenze di De Luca, precisando che “dovrebbe essere pronto tra un anno e il cui obbiettivo è far emergere, nella sua completezza anche scomoda, la verità dei fatti”.
Sempre ad Avvenire Padre Colizzi aveva dichiarato che “siamo consapevoli che la Compagnia non ha fatto tutto quello che doveva o poteva fare. Per questo, un capitolo dovrà riguardare il nostro operato”. Il gesuita si riferiva al fatto che, solo qualche anno prima, le voci e le segnalazioni circolate sul sacerdote non erano state prese sul serio all’interno dell’organizzazione. Nel 2010, dinanzi alla denuncia circostanziata di due vittime e al termine di un’indagine previa, la Compagnia decise infatti di “confinare” padre De Luca in una comunità a Gallarate, senza tuttavia dare alcuna notizia pubblica delle denunce ricevute. L’ex leader del Meg morì due anni dopo.
Pochi mesi fa l’indagine commissionata alla dottoressa Villani si è conclusa. A sorpresa però i gesuiti non hanno dato seguito alle loro promesse e cioè non hanno autorizzato la pubblicazione del report contenente i risultati del lavoro redatto dalla professionista che avevano interpellato (una donna, come le vittime di Padre De Luca), ma hanno preferito subentrare nell’opera affidando il compito al provinciale padre Alessio Ronny (maschio e sacerdote). Ne è risultato un documento di cinque paginette scarse (tanto per dare un’idea il report della commissione indipendente che ha indagato sugli abusi clericali nella Diocesi di Bolzano ne annovera seicentodiciannove!) nel quale non compaiono riferimenti a eventuali responsabilità dei gesuiti e dove gli abusi di padre De Luca sono liquidati in poche righe, con una descrizione che più sommaria e sintetica non si potrebbe. Insomma, più una spiccia memoria difensiva che un omaggio alla verità.
L’elenco delle autogiustificazioni gesuitiche è assai nutrito all’interno della relazione. A proposito della mancata denuncia pubblica degli abusi di De Luca quando emersero per la prima volta quindici anni fa, si cita la circostanza che “l’imputato non poteva più difendersi” e che le vittime chiedevano l’anonimato. In relazione alla protezione di cui Padre De Luca avrebbe goduto si punta il dito sui “laici e le persone che frequentavano il Meg”, presso le quali alcuni “atteggiamenti inappropriati erano noti” mentre si assolvono i gesuiti superiori e collaboratori di De Luca, che hanno dichiarato di non essersi mai accorti di nulla che non andasse. Solo in un passaggio si riconosce “con immenso dolore che ci sono state gravi carenze nella gestione e nel trattamento delle segnalazioni”, senza tuttavia segnalare il quando, il chi e il come di tali carenze.
Più in generale si accusa il “periodo storico e la cultura del momento che non hanno consentito di prendere le dovute misure”.
Non è difficile trovare in ciascuna di queste affermazioni qualcosa che non torna.
A proposito della mancata denuncia pubblica iniziale ricordiamo che, nel 2010, padre De Luca era ancora vivo e soprattutto non probabilmente così interessato a “difendersi”. Quando Annalisa Corrado, oggi eurodeputata Pd ma da ragazza militante del Meg, si presentò a lui in compagnia del suo terapeuta per chiedergli conto degli abusi che le aveva inflitto padre De Luca ammise le sue responsabilità. È ben possibile immaginare che lo avrebbe fatto anche in pubblico qualora fossero emerse. Seguendo fino in fondo la linea argomentativa presentata nella relazione, di questo argomento non si sarebbe dovuto parlare nemmeno oggi, stante il fatto che De Luca non è più tra noi e non può difendersi. Assecondando questo ragionamento in Francia e nel mondo non si sarebbe dovuto parlare nemmeno dei casi dell’Abbé Pierre e di Jean Vanier (entrambi defunti prima di scoprire che fossero abusatori seriali).
Non si capisce poi cosa c’entri la protezione dell’anonimato delle vittime. Quel che i gesuiti avrebbero dovuto fare è rivelare le violenze di padre De Luca, non i nomi e i cognomi di chi lo accusava. Gli abusi li aveva commessi lui, non loro.
Risulta poco convincente anche aver affermato che nessuno si fosse accorto dei comportamenti abusanti di De Luca. Sempre Annalisa Corrado ha riferito infatti che il gesuita era abituato a effondersi in atteggiamenti impropriamente “affettuosi” verso le ragazze anche in pubblico. Possibile che nessun adulto se ne sia mai accorto? Che nessun collaboratore abbia notato qualcosa che non quadrava?
Quanto, infine, al “periodo storico” e alla “cultura del momento”, a qualcuno può sembrare plausibile sostenere che negli anni Novanta del Novecento non si sapesse cosa fosse un abuso sessuale e quali danni produce nella vita di chi lo subisce? Non è questo un alibi per negare le proprie responsabilità nell’aver sostenuto attivamente all’interno della società italiana una cultura del silenzio che ha protetto i sacerdoti colpevoli di questi crimini?
Infine, nella relazione, i crimini di padre De Luca sono appena accennati in una decina di righe complessive. Leggendole, si apprendono giusto i dati di sfondo, e cioè che sfruttava “la sua posizione d’autorità e l’influenza spirituale per abusare di giovani donne, alcune minorenni”, che si fidava solo di alcune persone “preferite” escludendo tutte le altre, che reagiva in modo rabbioso e aggressivo quando gli veniva chiesto di smettere di abusare, che per commettere le violenze sfruttava i momenti della confessione e degli accompagnamenti spirituali, che gli abusi sono avvenuti in diversi luoghi del territorio nazionale, ovunque il padre svolgesse la sua attività. E nella relazione questo è tutto. Dieci righe per descrivere una sequela di abusi durata trent’anni. Dieci righe nelle quali manca del tutto non solo un’analisi approfondita delle modalità con le quali avvenivano tali abusi e delle eventuali complicità organizzative, ma dalle quali sono completamente assenti i racconti delle abusate, i loro ricordi, gli stati d’animo, le conseguenze piscologiche ed emotive di quei gesti, cioè tutto quello che immagiamo sia stato raccontato alla dottoressa Villani. Dieci righe che assomigliano al referto scarno di un incidente stradale sulle pagine di un quotidiano locale e nelle quali manca tutto quello che serve per capire la dinamica di una vicenda così grave. Tanto più che, leggendo la relazione abbiamo appreso che padre De Luca ha tenuto una sorta di diario nel quale sono stati annotati personalmente dal gesuita non meno di trenta abusi, anche su donne minorenni.
In conclusione, si ha la netta sensazione che la “scomoda realtà dei fatti” promessa da padre Colizzi due anni fa ora interessi molto di meno i gesuiti che sembrano piuttosto ansiosi di sbarazzarsi al più presto di questa “rogna”, contando sulla consueta benevola condiscendenza di molta parte della stampa e dell’opinione pubblica italiana. È legittimo chiedersi e chiedere alla Compagnia cosa sia intervenuto in questi due anni a mutare così radicalmente il suo orientamento. Perché la Compagnia non rende pubblica, come avviene a conclusione dei lavori di tutte, ma proprio tutte, le commissioni indipendenti del mondo, la relazione della dottoressa Villani e anche quella parte dei diari di De Luca in cui il gesuita descrive gli abusi che ha commesso?
Vogliamo solo conoscere la verità e la vogliamo conoscere per intero. Vogliamo che anche i gesuiti prendano sul serio la richiesta che il papa ha rivolto alle comunità cristiane nella sua prima enciclica a “impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti”.
Lo si deve innanzitutto alle ragazze di un tempo che hanno patito quelle violenze e hanno oggi diritto di sapere. Ma lo si deve anche all’opinione pubblica e alla comunità scientifica che hanno anch’esse il sacrosanto diritto di conoscere quel che di profondamente sbagliato avveniva all’interno di un’organizzazione così importante della società italiana. Per rileggerne la storia. Per capire. Perché non si ripeta.

Commenti
Posta un commento