Oltre l'eclissi di Dio: una Teologia della Carne e del Digiuno
Nel mio 18° giorno di cammino nel deserto, mi raggiunge la riflessione di Francesco Cosentino sulla "scomparsa di Dio" (qui). Si parla di una teologia che deve tornare a essere kerigma, annuncio vivo, e non fredda dottrina.
Il mio corpo è la mia teologia. Mentre i teologi discutono sull'indifferenza religiosa, io offro la mia fame. Se il mondo ha perso il "gusto di Dio", è forse perché la Chiesa ha troppo spesso presentato un volto fatto di leggi che separano e non di amore che accoglie. I "ricomincianti" di cui parla Cosentino — coloro che tornano alla fede dopo essersi allontanati — hanno bisogno di trovare una Chiesa che non chieda loro di scegliere tra l'amore umano e il servizio divino.
L'identità del prete tra la gente. Si chiede una teologia "capace di far emergere il nucleo essenziale dell'annuncio". Quale nucleo è più essenziale della carità? La mia battaglia per il sacerdozio sposato non è una questione sindacale, ma teologica: è la richiesta di una Chiesa che sappia stare "sulla strada", che sappia lavare i piedi a chi soffre e che riconosca nel matrimonio non un limite, ma un orizzonte più grande per annunciare il Vangelo.
Santo Padre Leone XIV, non lasci che la teologia resti chiusa nelle università. Guardi a chi testimonia con il sacrificio che Dio non è scomparso, ma vive nelle battaglie di ogni giorno. Ci permetta di essere quei "testimoni di carità" che riportano il gusto di Dio nel cuore dell'uomo contemporaneo.
Vieni, Signore Gesù! Maranathà!
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