Il lino, quando attraversa i secoli, smette di essere solo lino. Trattiene polvere, pelle, spore, frammenti minuscoli di passaggi umani e ambientali. La Sindone di Torino oggi torna al centro della discussione per questo motivo molto concreto: un nuovo studio metagenomico coordinato da Gianni Barcaccia e diffuso in preprint su bioRxiv ha analizzato le tracce biologiche raccolte nei campioni ufficiali del 1978, trovando sul telo un deposito genetico vastissimo, stratificato, quasi caotico.
Il dato più forte sta proprio nella quantità di materiale emerso. I ricercatori parlano di DNA umano, di una presenza estesa di microrganismi, di tracce vegetali e animali che rendono il reperto una sorta di archivio biologico sovraccarico. Tra i lignaggi mitocondriali compare anche l’aplogruppo H33, indicato come raro e oggi prevalente nel Vicino Oriente, con una frequenza significativa nelle comunità druse. Già gli studi pubblicati nel 2015 dallo stesso gruppo avevano rilevato profili genetici riconducibili all’Europa occidentale, al Vicino Oriente, alla Penisola Arabica e al subcontinente indiano, con una mescolanza compatibile sia con lunghi spostamenti storici sia con contatti ripetuti avvenuti nei secoli.
Anche il microbioma aggiunge un tassello interessante. Nel nuovo lavoro compaiono microrganismi tipici dell’epidermide umana, archei adattati ad ambienti ad alta salinità e funghi, comprese muffe. In parallelo spuntano elementi molto concreti: corallo rosso mediterraneo, piante coltivate come carota, grano, mais, banane e arachidi, oltre a DNA di animali domestici e da allevamento come bovini, suini, polli, cani e gatti. Messa così, la Sindone somiglia meno a un oggetto rimasto fermo e molto più a una superficie passata di mano in mano, esposta, trasportata, custodita in condizioni diverse e toccata da ambienti molto lontani tra loro.
Il Medio Oriente affiora nei campioni
Il richiamo al Levante pesa, perché i ricercatori leggono questi risultati come compatibili con una lunga esposizione dell’oggetto nel Mediterraneo e con un passaggio in aree mediorientali. Nello stesso tempo, gli autori collegano una quota importante di lignaggi indiani alla possibilità che il filato o il tessuto abbiano avuto un’origine legata all’India e ai traffici antichi con il Mediterraneo. È una pista affascinante, che allarga lo sguardo sulla storia materiale del telo molto più di quanto faccia la solita disputa tra credenti e scettici.
Il punto delicato resta un altro. Tutta questa ricchezza biologica rende il quadro più fitto, non più semplice. Gli stessi lavori sul DNA insistono sul problema della contaminazione: le tracce accumulate da pelle, polline, fibre, restauri, manipolazioni e ambienti successivi rendono estremamente difficile isolare un ipotetico “DNA originario” del telo o ricondurre il reperto a un unico proprietario iniziale. Per questo il nuovo studio non chiude la questione dell’autenticità e non cancella nemmeno il peso della datazione al radiocarbonio pubblicata su Nature nel 1989, che collocò il lino tra il 1260 e il 1390.
Quello che questo studio consegna davvero è un’immagine più sporca, più concreta, più storica della Sindone. Meno reliquia immobile, più oggetto attraversato dal tempo. Sul tessuto restano addosso uomini, animali, colture, sale, viaggi, mani. Il mistero sta ancora lì. Solo che adesso ha molta più polvere addosso.
Fonte: bioRxiv
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