B. V. solleva su Facebook una questione che tocca l'identità stessa del prete: il sacerdote "sposa la Chiesa". È un'immagine bellissima e potente, che noi per primi onoriamo. Il punto, però, è capire se questo "matrimonio spirituale" sia necessariamente esclusivo o se, come accadeva nei primi secoli e come accade tuttora in molte tradizioni cattoliche, possa coesistere con l'amore familiare.
Sostenere che il sacerdozio sposato sia la scelta di un "lavoro" significa sottovalutare la profondità della chiamata di Dio. Un uomo non affronta le sfide di una vita dedicata al Vangelo e, contemporaneamente, le responsabilità di una famiglia per "comodità" o per avere un "impiego". Al contrario, questa doppia dedizione richiede un surplus di vocazione, una capacità di dono ancora più grande. Come ci insegna Papa Leone XIV, la Chiesa ha bisogno di pastori che siano "presenza concreta": persone che sappiano testimoniare che Cristo non toglie nulla all'amore umano, ma lo rende capace di farsi servizio per tutte le membra del Suo Corpo.
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